Rüdiger Dahlke
RÜDIGER DAHLKE, dopo la laurea in Medicina, si
è specializzato in Medicina naturale e in Psicoterapia. Ha
lavorato assieme a Thorwald Dethlefsen per 12 anni e con
lui ha scritto il longseller Malattia e destino (Edizioni
Mediterranee). Attraverso libri come Malattia, linguaggio
dell’anima, Crisi personale e crescita interiore, Il
viaggio interiore, Aggressione come scelta, Malattia come
simbolo, Curarsi con il digiuno, Il linguaggio del corpo,
Il sonno (tutti pubblicati in Italia dalle Edizioni
Mediterranee) Rüdiger Dahlke ha contribuito in modo
fondamentale alla diffusione delle conoscenze relative
alla dimensione psicosomatica delle malattie e al loro
significato simbolico. Dalla collaborazione con altri
medici e studiosi sono nati anche i testi: La
purificazione del corpo, scritto assieme a Doris
Ehrenberger, I pilastri della salute, con Baldur Preiml e
Franz Mühlbauer, e Medicina e autoguarigione per la donna,
che si avvale del contributo della moglie Margit e di
Volker Zahn.
Dott. Rüdiger Dahlke
Oggi lavora come medico e terapeuta nel Centro
Terapeutico di Johanniskirchen, fondato assieme alla
moglie; dirige seminari e tiene conferenze.
Malattia, linguaggio dell’anima
La malattia è una via percorribile, di per sé né
buona né cattiva. È un linguaggio che bisogna
interpretare. Quello che se ne può ricavare dipende
esclusivamente dalla persona che ne è colpita. Ho avuto
modo di seguire molti pazienti, di studiare il modo in
cui affrontavano consapevolmente la loro strada e ho
potuto constatare come siano arrivati ad affermare che il
“loro sovrappeso”, il “loro infarto” o perfino il “loro
cancro” si erano trasformati in grandi possibilità e
potenzialità. Oggi dobbiamo riconoscere che fu proprio un
infarto a mettere, anche se tardivamente, santa Teresa
d’Avila sulla sua strada. Sappiamo che le visioni di
Hildegard di Bingen erano in stretto rapporto con le sue
emicranie. Queste due straordinarie figure femminili
hanno evidentemente accettato il messaggio della loro
malattia e l’hanno integrato in modo esemplare nella loro
vita. Proprio questo è lo scopo: imparare dai propri
sintomi, e crescere. Utilizzare male questo concetto e la
filosofia che ne è alla base presenta un grosso errore.
L’esoterismo non ha nulla a che fare con l’idea di colpa,
ma parte proprio da questa premessa in quanto l’uomo è
per principio colpevole, essendo separato dall’unità. La
colpevolezza non è un problema di piccoli o grandi errori
quotidiani, è un problema di base. Il peccato originale
commesso dall’uomo consiste nell’abbandono dell’unità
paradisiaca. La vita in questo mondo di contraddizioni è
necessariamente piena di errori, e serve proprio a
ritrovare la strada che riporta all’unità. Ogni errore e
ogni malattia evidenziano gli elementi che mancano per
raggiungere la completezza e si trasformano quindi in
possibilità evolutive. Usare malamente le interpretazioni
della malattia per valutare i nostri simili costituisce
un malinteso da diversi punti di vista. Non c’è alcuna
ragione di condividere una colpa: il peccato originale
appartiene a tutti e non richiede alcuna collaborazione
umana. Potremmo, allo stesso modo, felicitarci con
l’ammalato per la sua malattia, proprio per le
possibilità di evoluzione e apprendimento contenute in
essa. I cosiddetti “primitivi” sono, da questo punto di
vista, più avanti di noi, poiché considerano i sintomi di
una malattia come interventi del destino nella loro vita,
e li accettano con disponibilità come prove. In molte
tribù l’aspirante sciamano si augura la malattia capace
di iniziarlo e di introdurlo in nuovi campi di
esperienze. Sulla base di questo principio accade,
talvolta, che un guaritore sia autorizzato a trattare
soltanto quelle malattie che egli stesso ha sperimentato
personalmente con l’anima e il corpo. Se è vero che il
guaritore è la guida delle anime attraverso i mondi
interiori, e se è vero che il suo atteggiamento è
fondamentale, è necessario che abbia già conosciuto il
territorio in cui guiderà i viaggiatori a lui affidati.
Di queste idee restano solo poche tracce nella nostra
cultura, per cui nella parola “Schicksal” (“destino”) è
possibile individuare il concetto di “geschikte Heil”
(“salute inviata”), dal latino: salus = salute. Si
potrebbe pensare anche alle prove dei farmaci effettuate
dagli omeopati. Il medico entra volontariamente
nell’esperienza della malattia, per imparare a conoscere
l’efficacia del suo medicinale. Da uno psicoterapeuta ci
aspettiamo che abbia già visitato i propri paesaggi
dell’anima e quelli collettivi e che sappia dove condurre
i propri pazienti. Non ha senso rimproverare a chi sta
sperimentando il difficile apprendimento della malattia -
con le relative possibilità di crescita personale - la
condizione di malato, che del resto ci accomuna tutti.
Chi trasforma il proprio indice in arma e poi, con
l’intento di interpretare, incolpa gli altri o se stesso
della malattia, mostra di non aver capito affatto le
nostre tesi. Servendosi del detto: “Chi è causa del suo
mal pianga se stesso!”, misconosce il carattere d’ombra
di ogni sintomo patologico. L’ombra è, per definizione,
un aspetto di cui l’interessato non è consapevole. Per
questo, una persona colpevolizzata in questi termini non
potrà mai accettare l’interpretazione della malattia. Se
sapesse di essere avara, non avrebbe alcun motivo per
essere costipata. L’ombra non si presta a fungere da
rimprovero. Per questo difficilissimo aspetto della
nostra esistenza è invece necessario procedere in modo
estremamente cauto. L’individuo in questione ha bisogno
di tutta la sua forza e, per quanto riguarda l’ambiente,
di molto spazio per scoprire a piccoli passi, compiuti
personalmente, il proprio rapporto con ciò che la
malattia gli rivela. Giudicare è d’intralcio,
interpretare è alla base di tutto. Chi colpevolizza se
stesso in questo modo non riconosce le possibilità di
crescita offerte dalla malattia. Entrare nella malattia
fino a raggiungere il livello spirituale non produce
alcun cambiamento né con riferimento al peccato
originale, né per ciò che riguarda i fatti concreti. Non
si diventa né migliori né peggiori, ma soltanto più saggi
e più consapevoli della propria responsabilità. Se si
ignora questa conoscenza e la responsabilità ad essa
legata, ben poco cambia, la mentalità rimane quella
vecchia. Se invece ci si assume la responsabilità del
proprio destino, la malattia si trasforma in possibilità
e permette di dare una risposta alle indicazioni che
offre. Procedere, a questo punto, non è più molto
difficile. Sul piano fisico ognuno può dare
un’interpretazione, indicando col dito la parte
dolorante. Scopo di questo libro è mettere in relazione
questa esperienza col piano spirituale. In passato tutto
ciò era naturale, proprio come lo è oggi indicare col
dito un punto del corpo. Si tratta di porre,
metaforicamente, il dito sulla piaga. Ciò richiede
coraggio, ma neppure molto, dato che la ferita c’è già e
non la si crea ponendovi sopra il dito: questo gesto,
infatti, ci consente soltanto di divenirne più
consapevoli. A lungo termine, questo passo coraggioso la
trasforma in possibilità di risanamento. La vera
possibilità non consiste nell’interpretazione della
malattia altrui, bensì della propria. Tale esperienza
viene resa più difficile dalla universale cecità. La
problematica della proiezione, la nostra tendenza a
trasferire verso l’esterno tutto ciò che ci sembra
spiacevole e difficile, per poi elaborarlo e combatterlo
anche al di fuori di noi, si rivela di ostacolo
nell’interpretazione delle malattie. Mentre ci accorgiamo
immediatamente della pagliuzza nell’occhio dell’altro,
non vediamo la trave che è nel nostro. L’interpretazione
della malattia è lavoro sulla nostra parte d’ombra, e
spesso può risultare sgradevole. Si può essere certi del
fatto che le interpretazioni più concordi finiscano con
l’essere spontaneamente rifiutate. Se un’interpretazione
sembra, a prima vista, piacevole, in genere non è
corretta e in ogni caso non è abbastanza profonda. La
cosa più semplice è quindi imparare dalle malattie altrui
e utilizzare per sé questa esperienza. Soltanto chi
compie questo duro passo riesce a capire il vero
significato e raggiunge la vera via dell’auto-conoscenza
e dell’auto-realizzazione. Paragonato con altri sistemi
di interpretazione, il simbolismo delle malattie ha il
vantaggio, in particolar modo sul piano esoterico, di non
consentire malintesi a questo livello. Non c’è il
pericolo di interpretare un’ulcera gastrica come segno
di imminente illuminazione. Il corpo è garante del fatto
che ci troviamo di fronte a un importante apprendimento,
molto legato alla materia. La differenza dalla medicina
abituale che più colpisce consiste nella nostra
valutazione positiva dei sintomi. Invece di allearci col
paziente contro i suoi sintomi, come di solito accade, ci
alleiamo, per così dire, coi sintomi stessi per capire
cosa manchi al malato e quindi perché ha quei sintomi.
Liberato dal giudizio negativo, il sintomo può rivelarsi
un prezioso indicatore delle carenze e aiutare a divenire
più completi e più sani. Qui è insita una incalcolabile
possibilità di crescita, poiché ognuno di noi presenta
dei sintomi. Su questo ultimo punto tutte le diverse
medicine sembrano eccezionalmente concordi. La medicina
tradizionale con i suoi metodi di ricerca sempre più
raffinati individua praticamente in ogni persona una
deviazione dalla norma. Per la medicina naturale, con i
suoi procedimenti diagnostici ancora più sensibili, non
esiste nessun individuo che sia veramente sano. Entrambe
le scuole deplorano questa condizione, mentre religione
ed esoterismo la giudicano un dato di fatto
incontestabile. In base alle loro concezioni, l’uomo che
vive in un mondo polare è necessariamente ammalato e alla
ricerca dell’unità perduta, lasciata in paradiso quando
intraprese il cammino della propria crescita. È
interessante sapere che l’OMS1, legata ai metodi della
medicina tradizionale, dà una definizione della salute
che richiama la tradizione esoterica: una condizione
libera da mali fisici, spirituali e sociali. Di
conseguenza le uniche persone completamente sane su
questa terra sono quelle descritte nei libri di anatomia
e fisiologia. Sia che consideriamo la nostra condizione
di ammalati come una sorta di scandalo politico-sanitario
o come una conseguenza necessaria della nostra
separazione dall’unità, resta il fatto che noi abbiamo i
sintomi e grazie a questi l’opportunità di crescere. Il
problema ora è questo: vogliamo continuare a tentare di
eliminarli, come facciamo inutilmente da millenni, oppure
vogliamo fare lo sforzo di riconoscerli come veri e
propri segnali stradali e seguirli? Il convincimento di
riuscire a far sparire definitivamente un elemento dalla
faccia della terra rende i medici completamente isolati.
I fisici e i chimici sanno - e lo dimostrano - che sono
possibili soltanto trasformazioni da una forma di
manifestazione all’altra e che mai si potrà verificare
una sparizione senza nuova creazione. Riscaldando un
pezzo di ghiaccio, la materia solida diventa liquida;
continuando poi a fornire calore, si assiste al passaggio
dallo stato liquido a quello gassoso. Con il
raffreddamento il processo si inverte: il vapore si
trasforma prima in acqua e quindi in ghiaccio. Tutto ciò
ci appare ovvio e del resto è stato spiegato dalla fisica
con la legge della conservazione dell’energia, secondo la
quale la somma di quest’ultima rimane sempre costante: è
impossibile che qualcosa scompaia veramente. La fisica ci
insegna inoltre che i vari modi di manifestazione
dell’acqua sono determinati dalle diverse condizioni
oscillatorie delle molecole. Allo stato solido, le
molecole vibrano a una frequenza relativamente bassa; in
quello liquido sono energeticamente più vivaci e vibrano
più rapidamente; allo stato gassoso la loro eccitazione e
di conseguenza la loro vibrazione raggiungono livelli
altissimi. L’esoterismo parte da una concezione analoga,
dato che classifica come solido l’elemento materiale
terreno, liquido l’elemento acqueo psicologico e gassoso
l’elemento aereo spirituale. La vibrazione aumenta
passando dall’elemento fisico a quello spirituale.
Riferendo questo discorso al nostro argomento, possiamo
dire che il corpo, come espressione del mondo materiale,
è caratterizzato dalla frequenza vibratoria più bassa, il
piano dell’anima da una frequenza media e quello
spirituale dalla più alta. Per elevare al piano
dell’anima un aspetto che si è stabilizzato al livello
più basso di vibrazione come sintomo fisico, deve quindi
essere immessa energia. Una quantità ancora maggiore di
energia sarà poi necessaria per raggiungere il piano
spirituale. Questa energia inoltre, nell’interpretazione
degli aspetti della malattia, deve essere immessa sotto
forma di consapevolezza e amore. Nel processo inverso
dell’insorgere della malattia, questa energia è stata
trattenuta. Quando veniamo confrontati con qualcosa con
cui non vogliamo avere a che fare, tratteniamo energia
consapevole e lasciamo cadere questo “qualcosa” nella
psiche e quindi nel corpo. Ciò che rifiutiamo a livello
di coscienza e crediamo di poter rimuovere, ignorandolo,
approda in realtà, per usare la terminologia di C.G.
Jung, nell’ombra. L’ombra è quindi costituita da tutto
ciò di cui non vogliamo prendere atto e che non vogliamo
accettare, ma che preferiamo ignorare. È perciò
diametralmente opposta all’Io, che è invece formato da
tutto ciò che accettiamo con piacere e con cui ci
identifichiamo. Per questo motivo nessun Io e nessun
individuo saranno contenti di imbattersi di nuovo negli
elementi che sono stati relegati nell’ombra. Ma poiché
l’ombra è una parte necessaria della nostra totalità,
possiamo divenire sani, cioè interi, solo integrandola.
Un uomo completo è, infatti, costituito da Io e ombra.
Insieme danno vita al Sé, cioè all’essere umano
integrato, realizzato. L’accettazione e l’elaborazione
degli elementi d’ombra che si sono incarnati nei sintomi
è di conseguenza la via che conduce alla scoperta di se
stessi. Le malattie sono manifestazioni dell’ombra che,
affiorando dalle profondità dell’anima alla superficie
del mondo fisico, diventano facilmente accessibili e
rappresentano quindi una guida eccellente sulla via della
perfezione. L’esempio concreto dell’ulcera gastrica può
illustrare più chiaramente il fenomeno dello spostamento
del sintomo nelle sue due diverse direzioni. Il termine è
stato coniato dalla medicina e dalla psicologia
tradizionali, che si resero conto che i sintomi
“eliminati attraverso la terapia” riaffiorano nuovamente
in un altro punto. Nella medicina tradizionale, legata
allo studio del corpo, lo spostamento del sintomo ha
luogo ovviamente nel corpo stesso. Cinicamente si
potrebbe dire che i sintomi si trasferiscono da un organo
ad un altro, i pazienti da uno specialista all’altro. A
chi consulta un medico a causa di un’ulcera gastrica
nervosa, viene oggi di regola prescritto uno
psicofarmaco che provoca una cosiddetta dissociazione
psicovegetativa, in grado cioè di bloccare chimicamente
il collegamento tra i nervi vegetativi dello stomaco e la
psiche, impedendo in questo modo allo stomaco di reagire
insieme alla psiche. Questa eliminazione del dolore, che
di fatto non determina alcun cambiamento nella situazione
di base del soggetto, ha però breve durata. Il passo
successivo della medicina tradizionale sarebbe la
dissociazione psicovegetativa di tipo chirurgico mediante
recisione delle corrispondenti ramificazioni del nervo
vago. Se ormai è troppo tardi per ricorrere a questo tipo
di intervento, si procede all’asportazione di uno o due
terzi del povero stomaco. Ciò che non esiste più non può
provocare dolore: ma questa, purtroppo, è una logica
tanto semplice quanto miope, poiché in uno stomaco di
dimensioni tanto ridotte insorgeranno presto problemi di
digestione. Tutti questi interventi sono rivolti
esclusivamente al corpo. I sintomi vengono infatti
trattati solo sul piano fisico, cioè su quello
orizzontale. L’alternativa consisterebbe invece
nell’indirizzarli al piano verticale: dal piano del corpo
a quello della psiche fino a raggiungere quello dello
spirito. Però, per trasferirli da un piano di bassa
frequenza vibratoria ad uno ad alta frequenza, è
necessario disporre di energia prodotta dal paziente
stesso. Il dottore può svolgere soltanto il ruolo di
catalizzatore2. Con impegno cosciente è possibile
studiare i dolori allo stomaco in base alle loro radici
psicologiche. Che cosa preme sullo stomaco, quale cosa
indigesta viene inghiottita, che cosa porta a questo
gesto di auto-lacerazione che provoca poi un’ulcera
gastrica? Analizzando con cura sentimenti ed emozioni è
possibile individuare ed elaborare i modelli di
consapevolezza coinvolti. Questo spostamento dei sintomi
al piano verticale ha il vantaggio di non provocare la
comparsa di altri sintomi, ma al contrario li elimina. Ai
piani orizzontali del corpo e dell’anima, o spirito,
posti uno al di sopra dell’altro, corrispondono le sfere
della forma e del contenuto. Il corpo corrisponde alla
forma, mentre l’anima, o spirito, al contenuto. Per la
religione e l’esoterismo questo parallelismo appare
logico, per le scienze naturali è un concetto
sconosciuto. Nell’antichità ogni forma, e di conseguenza
ogni oggetto, erano visti come la manifestazione
dell’idea che ne stava alla base. Del resto anche Goethe
affermava: “Ogni cosa transitoria è soltanto un simbolo”.
In molti campi dell’attività umana, dall’arte alla
tecnica, il rapporto tra forma e contenuto è ancora oggi
evidente. Noi valutiamo una scultura di Michelangelo per
quello che ci comunica. Per quanto importante possa
essere il materiale, esso passa sempre in secondo piano
rispetto al contenuto. Ogni volta che si accende il
segnale d’allarme di uno strumento tecnico, andiamo alla
ricerca delle cause che determinano tale fenomeno,
vogliamo sapere cosa significhi quella luce. Quando
invece è il corpo ad esprimere dolorosi segnali
d’allarme, molti cercano di eliminarli semplicemente con
delle pillole senza preoccuparsi di individuarne le cause
profonde. Perché proprio i segnali del corpo non
dovrebbero avere un significato preciso? La nostra salute
ne guadagnerebbe se solo le riservassimo le cure
coscienziose che prestiamo a una qualsiasi macchina.
L’esempio che segue può aiutarci a chiarire il rapporto
che esiste tra la medicina scientifica e quella
interpretativa. Supponiamo che un nostro conoscente, al
quale sia stato chiesto di esprimere un giudizio su una
nuovissima opera teatrale, risponda in questo modo: “Il
palcoscenico misurava 8 metri per 4 ed era alto 2.
C’erano 14 attori, di cui 8 erano donne e 6 uomini. I
costumi erano stati confezionati con 86 metri di lino e
45 metri di seta, 35 riflettori illuminavano la scena,
ecc.”. Una risposta del genere non ci soddisferebbe
affatto, eppure apprezziamo moltissimo il medico che dopo
accurati esami ci comunica un’interminabile serie di
fatti e di dati sul nostro corpo. Un tale medico si
limita all’aspetto esteriore della situazione e lascia il
suo paziente senza risposte precise. Soltanto quando,
alla fine della lunga enumerazione dei risultati e dei
dati accertati, dice per esempio: “Tutto ciò si chiama
polmonite”, il paziente capisce qualcosa di più. Adesso
il medico ha interpretato le sue cifre e i suoi dati e le
sue dichiarazioni assumono finalmente un significato agli
occhi del paziente. In questo modo tuttavia la nostra
diagnosi fa pochi passi avanti. Solo chiedendoci cosa
significhi la polmonite, riusciremo ad avanzare sulla
strada del significato ed è solo in questo modo che
potremo esaminare la situazione ad ogni livello. Il
polmone è l’organo che presiede allo scambio dei gas; col
suo aiuto inoltre riusciamo a comunicare, poiché il
linguaggio si articola grazie all’espirazione. Noi tutti
respiriamo la stessa aria e per questo grazie ai nostri
polmoni siamo in contatto gli uni con gli altri.
All’interno del corpo, questi due organi mettono in
comunicazione la parte destra e quella sinistra, proprio
come la respirazione collega conscio e inconscio.
Nessun’altra funzione organica ha altrettanta importanza
a questi due livelli. I polmoni quindi ci pongono di
fronte al problema vero e proprio, che è quello del
contatto e della comunicazione. L’infiammazione, come la
medicina tradizionale mostra chiaramente, è un conflitto
armato, una lotta che si svolge nel tessuto organico. Gli
anticorpi combattono contro i virus, ci si arma, si
lotta, si muore, si vince. La polmonite quindi incarna un
conflitto a livello di comunicazione. Questa
interpretazione ci fa compiere qualche passo avanti, però
bisogna procedere oltre: perché tutto questo avviene,
perché proprio a me, perché proprio ora? Che cosa mi
impedisce, a che cosa mi spinge? Certamente si può
arrivare a un’interpretazione adeguata soltanto prendendo
in considerazione la situazione individuale e la
sintomatologia specifica del caso. L’interpretazione
delle diagnosi, se fatta velocemente come spesso accade,
serve solo a gettare fumo negli occhi, come le diagnosi
stesse. Tuttavia effettuarla ha sempre senso, anche
quando le diagnosi sono soltanto piccole tessere del
grande mosaico della malattia globale. Se sono formulate
in latino o in inglese, è consigliabile farne subito la
traduzione. Il nome “sclerosi multipla” significa
“irrigidimento multiplo”: una traduzione che getta
senz’altro un po’ di luce sul quadro stesso della
malattia. Altre diagnosi perdono, nella traduzione, il
loro aspetto pauroso. I pazienti colti da panico di
fronte al “verdetto” PCP3 potranno farsi coraggio
semplicemente leggendo la spiegazione di questa sigla:
Primaria (= iniziale) Cronica (= a decorso lento e
continuo) Poli (= molteplice) Artrite (= infiammazione
delle articolazioni). Per una diagnosi del genere non
avrebbero neppure avuto bisogno del medico: lo sanno da
soli che la loro malattia si è propagata lentamente e
consiste in un’infiammazione delle articolazioni! Se
confrontiamo forma e contenuto, l’importanza di entrambi
è immediatamente evidente. Senza palcoscenico e senza
attori un’opera teatrale perde tutto il suo significato,
senza costumi risulterebbe come minimo spiacevole, e
senza illuminazione il significato rimarrebbe oscuro.
Tutti questi elementi hanno la loro importanza, ma non
sono tutto. Lo stesso avviene con i dati e le diagnosi
corporee, che sono indispensabili nella descrizione degli
aspetti esteriori e rappresentano un valido punto di
partenza, permettendoci di compiere il primo passo e
diventando la premessa per il secondo, rappresentato
dalla ricerca del significato. Però naturalmente non lo
sostituiscono. La medicina tradizionale offre di
conseguenza una base importante e attraverso la medicina
interpretativa amplia notevolmente le proprie
possibilità. Da parte nostra non abbiamo alcun rimprovero
da fare: entrambe queste scuole si basano sul corpo, ma i
loro campi di azione si collocano su piani diversi. La
medicina tradizionale infatti si limita al corpo e nel
campo delle “riparazioni” raggiunge spesso risultati
eccezionali. Essa ha di recente ceduto la cura dell’anima
alla psicologia e, prima ancora, quella dello spirito
alla teologia.
La responsabilità e all'istituzione di
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Dott. Ruediger
Dahlke
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